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E SE NON SONO ABBASTANZA?

Nel mio percorso di crescita ho provato molto spesso la sensazione di non essere abbastanza, abbastanza brava, abbastanza capace, abbastanza socievole…sentivo di non essere abbastanza per le persone accanto a me e per la vita.

Ripensando a quel periodo vedo una Lisa confusa, chiusa, impaurita che non riusciva a capire cosa voleva fare nella vita e quale era il senso.

Mi sentivo come un pesce che nuota in mari che non gli appartengono. Anche se ero nata in quelle acque. Non avevo capito che dovevo avere meno paura di me stessa e della vita. Non è semplice stare accanto a persone che hanno un modo di percepire la vita molto diverso dal tuo, con valori diversi.

Qualunque sia il motivo per cui ti senti diverso dagli altri (sei troppo alto, sei troppo basso, sei timido, vieni da una famiglia fuori dalla norma, sei omosessuale, sei un idealista, hai un difetto fisico, ecc..) questo ti porta a pensare di essere sbagliata/o, di aver qualcosa in meno, di non essere all’altezza. Magari vicino a te c’è anche qualcuno che alimenta questo tuo sentimento.

Pema Chödrön, monaca buddista, racconta che quando il Dalai Lama incontrò le prime comunità Buddiste occidentali rimase sorpreso nel sentire che gli allievi si svalutavano e che anche i maestri stessi, avevano un’opinione negativa di se stessi.  Per il Dalai Lama queste parole non avevano senso, era una visione degli esseri umani molto lontana da quella dei tibetani. Dal loro punto di vista ogni persona ha una natura buona che, tra l’altro, chiunque possiede. Era assurdo, quindi, che le persone fossero così severe, e così giudicanti, al punto da odiarsi.

Per noi occidentali serve un profondo atto di fede per credere che la nostra natura è buona e che ogni aspetto negativo che vediamo in noi, è un aspetto transitorio del nostro essere. Durante la crescita, ci accade di identificarci con stati mentali negativi come la confusione, l’angoscia, l’invidia, la paura e ci riconosciamo in quello stato d’animo.

La nostra vita, allora, si riempie di amarezza, dolore, tristezza e insoddisfazione. Non avendo sviluppato una buona conoscenza di noi stessi, e della nostra mente, non siamo consapevoli del fatto che si tratta di abitudini della mente. Abitudini che ci portano ad identificarci con i nostri veleni mentali. Impariamo a scappare da noi stessi invece di accogliere la paura e la rabbia. 

Lo sviluppo della consapevolezza ci serve proprio a questo. A comprendere che noi siamo più dei nostri stati mentali e che possiamo superarli. Credere che sia possibile realizzarsi nella vita è legittimo, significa imparare ad esprimere e vivere i propri talenti.

Se ci pensiamo bene, anche la nostra cultura cristiana parla di questo. Nei Vangeli si racconta la parabola dei talenti, la ricordi? C’è chi sceglie di mettere a frutto i talenti che riceve e chi li nasconde per paura che gli vengano rubati. Fermarsi, fare silenzio, ascoltarsi e comprendere quale direzione prendere è fondamentale.

Martin Buber, pedagogista e teologo ebreo scrisse: “Ciascuno ha l’obbligo di riconoscere e considerare che lui è unico al mondo nel suo genere. … Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo”.

Da dove partire, dunque?

Conoscere se stessi è il punto di partenza.

Ma, come fare?

Attraverso la pratica della meditazione. Una pratica accessibile a tutti e che ci insegna ad entrare nel silenzio e ad ascoltare il proprio cuore. E’ questa la strada per ritrovarsi e conoscersi, comprendere i meccanismi interni e capire qual’è il proprio posto nel mondo.

Il mese prossimo ho organizzato un ritiro di Meditazione Mindfulness. Potrebbe essere l’occasione per iniziare oppure, se sei già in cammino, approfondire la tua pratica.